La gratitudine del Papa per il sostegno
avuto nei quattro anni di Pontificato
Intervista a Salvatore Martinez trasmessa da Radio Vaticana il 20 aprile 2009
Radio Vaticana - 20/04/2009 La gratitudine del Papa per il sostegno avuto nei quattro anni di Pontificato: le reazioni del cardinale Lajolo, di don Andrea Toniolo e Salvatore Martinez Mitezza d’animo unita a saldezza dottrinale. Mentre il Pontificato di Benedetto XVI inizia il suo quinto anno, è questo il “ritratto” del Papa che emerge con più insistenza nei commenti all’interno della Chiesa. In questi giorni di anniversari il Pontefice ha ringraziato più volte - con una riconoscenza intrisa di affetto - tutti coloro che lo hanno sostenuto e lo sostengono anzitutto con la preghiera. Una gratitudine che ha certamente tra i primi destinatari i collaboratori di Benedetto XVI. Alessandro De Carolis ha sentito uno di loro, il cardinale Giovanni Lajolo, presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e presidente del Governatorato:
R. - Questo grazie
fiorisce sulle sue labbra e lo si nota, per esempio, in tutte le
occasioni in cui lui incontra la gente: fiorisce sulle sue labbra perché
ce l’ha nel cuore. In realtà, siamo noi tutti che dobbiamo grande
gratitudine al Papa per il suo meraviglioso magistero e per la guida
della Chiesa, molto sicura. Ma il Papa sa anche quanto è prezioso
l’affetto dei fedeli e di tutta la Chiesa, che lo sostiene nel suo
ufficio così unico. E’ un ufficio unico quello del Papa, ma questo non
vuol dire affatto che il Papa sia solitario, sia isolato, come qualcuno
dice. Chi dice che il Papa è isolato probabilmente vive in un altro
mondo. Il Papa è circondato dal popolo, dai sacerdoti, dai vescovi e
anche da tanti non cristiani, non cattolici, non credenti, che lo
sostengono e quindi ringrazia. Questo è un corrispondere di affetti che
c’è fra il Papa e gli altri. E’ questo "grazie" che così sovente
fiorisce proprio dal cuore del Papa sulle sue labbra: così dolce, così
sorridente, così amabile. D. - Nel suo cuore, cosa conserva del magistero e del Pontificato finora compiuto come momenti importanti?
R. - Più che come momenti
- e certo si può vedere le sue meravigliose encicliche, la Deus caritas
est, la Spe salvi, che sono grandi momenti - più ancora di quello, mi
piacciono le sue omelie che sono veramente di sapore sapienziale, nelle
quali lui "rumina" insieme con noi la Parola di Dio e ce la fa
comprendere in ciò che essa ha di valido per la nostra vita di tutti i
giorni e anche per quel grande movimento che è la vita della Chiesa. R. - Abbiamo profonda gratitudine al Signore per la capacità di questo Pontefice di coniugare la mitezza del cuore - che si esprime poi in questa capacità di resistere alle prove, alle difficoltà, alle incomprensioni, anche interne, che ha subito e di cui ci ha voluto dare notizia - con quella nobiltà e dolcezza di tratto umano che la gente, anno dopo anno, ha imparato a scoprire in lui e che, in fondo, è espressione della forza, dell’intelligenza e della passione umana che animano il Pontefice. D. - Dalla sua elezione ad oggi, Benedetto XVI ha sfidato e sfida continuamente il "pensiero unico", imposto da una certa cultura, basato sul “come se Dio non esistesse”. Come vede e vive lei questa sfida? R. - Direi che il Pontefice abbia riscritto questa espressione, provando a spingere gli uomini a vedere in che modo Dio, invece, esiste nella storia. Benedetto XVI ripropone non solo l’attualità del Vangelo ma la sua attuabilità in ogni ambito dello scibile umano, con un linguaggio fresco e spirituale. Credo che oggi più che mai il Pontificato di Benedetto XVI, che è in profonda continuità con il pensiero di Giovanni Paolo II, ci dica che la via di Dio è l’uomo: di un uomo ragionevole, di un uomo che non può mancare di un principio interiore, soprannaturale. Solo così possiamo rimuovere i conflitti che derivano dalle contraddizioni che ci sono nella natura umana. L’umanità ha bisogno di un ordine spirituale. Le crisi del nostro tempo sono in fondo lo smarrimento e la confusione degli uomini dinanzi alla nozione di bene e di male. Il Pontefice ogni giorno ci educa a richiamare le parole con il loro nome, a dire “bene” al bene e “male” al male. D. - C’è un’altra sfida, quella dell’unità della Chiesa, che lei poco fa ha ricordato, alla quale in più occasioni il Papa si è richiamato di recente. Qual è la risposta sua e del Rinnovamento nello Spirito Santo a questa sollecitazione?
R. - E’ la cultura delle
Pentecoste, la cultura del “noi”. La cultura della Pentecoste è
l’antidoto alla cultura del relativismo che ha un veleno mortale:
l’esaltazione narcisistica dell’Io. Questo messaggio oggi è chiaro agli
islamici, agli ebrei, e, in fondo, è chiaro anche a coloro che si dicono
atei ma con una laicità che non sconfessa il dialogo, la reciprocità. R. - All’elezione cominciò dicendo: “Sono un umile lavoratore nella vigna del Signore”. Quindi, questi quattro anni di Pontificato ci hanno mostrato un atteggiamento molto umile, semplice, di questo Pontefice che, tuttavia, ha lavorato su alcuni settori, su alcuni solchi molto importanti. Mi pare di poter dire che forse il primo grande carisma, dono e compito che ha assunto questo Pontefice è quello del “munus docendi”, cioè il dono è il compito dell’insegnamento. Soprattutto, questa capacità di insegnamento e di comunicazione della fede, si esprime attraverso la sua predicazione domenicale, le catechesi, che sono comunicazioni straordinarie, semplici, ma profonde della fede, e attraverso i suoi testi, di cui ricordo in particolare le due encicliche, che sono due documenti, due lettere – la parola enciclica vuol dire “circolare” – due lettere circolari rivolte a tutti i cristiani su due temi: il tema del Dio amore, della carità, e il tema della speranza. D. - Molti all’inizio hanno detto: è un Papa teologo che non ha la capacità di comunicare. Invece abbiamo visto in questi quattro anni che è vero il contrario… R. - Penso che basti ascoltare anche il breve pensiero che richiama il Vangelo della domenica, dove in pochissimi minuti riesce a condensare il significato del Vangelo, attualizzandolo. Direi che la capacità di comunicazione è tipica di questo Pontefice: tradurre in maniera semplice e accessibile a tutti il messaggio della fede cristiana. Ed |